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Aletheia, Psicologia

Il mio viaggio attraverso KickTheQuarantine

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di Elena Cofano

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KickTheQuarantine è un progetto nato in pieno lockdown dove era chiara la sensazione di allarme e emergenza generalizzato.

Un evento improvviso e minaccioso ha interrotto il fluire delle esistenze dei singoli, delle famiglie, di una comunità, di un paese…

Dopo un iniziale senso di smarrimento molti si sono interrogati su come essere utili in questa situazione strana e extra-ordinaria.

Noi siamo psicologhe e psicoterapeute specializzate nell’età giovanile e adolescenziale e ci è apparso naturale pensare a come poter essere utili alla comunità e in particolare a coloro di cui di solito ci prendiamo cura: i ragazzi.

E’ parso naturale raggiungerli attraverso un mezzo a loro famigliare: i social, ma abbastanza ostico per noi.

Ci occorreva dunque l’aiuto di esperti, che ci guidassero in un mondo poco conosciuto e in questa avventura e così abbiamo scelto Volonwrite, professionisti del settore di cui ci fidiamo.

L’obiettivo era di comunicare con i ragazzi, intercettare eventuali malesseri ma primariamente offrire spunti di riflessione volti a dare un significato, un senso e un ordine a un evento sconvolgente, che come tale getta momentaneamente le persone nell’incertezza.

Professionalmente sappiamo che ciò che diviene incomprensibile e incontrollabile aumenta le reazioni di stress e angoscia.

Uno dei modi per prevenire malesseri a lungo tempo è accogliere le emozioni negative, accettarle, inserirle in una storia, in questo caso che riguarda il singolo ma anche il mondo intero.

A posteriori forse KickTheQuarantine è stata un’avventura in territori inesplorati sia per il mezzo utilizzato che per ciò che si sarebbe incontrato, in fondo noi stesse ci trovavamo a affrontare una situazione senza precedenti.

Il viaggio è stato composto principalmente da 7 tappe e abbiamo scelto come partenza del nostro viaggio la casa, come luogo fisico poichè da un giorno all’altro tutti abbiamo visto ridurre il nostro spazio vitale all’interno delle sue mura, ma anche come spazio interno, sensazione di sicurezza e familiarità in cui ciascuno può rifugiarsi all’occorrenza.

Abbiamo in seguito virato per le acque delle mancanze poiché, come risuonava in noi la sensazione di aver perduto delle occasioni, delle esperienze, delle persone, forse anche per i ragazzi poteva essere utile esprimere o riflettere su cosa stava loro mancando in quel periodo, su cosa solo momentaneamente e su cosa invece per sempre.

Il viaggio è proseguito poi nelle relazioni, necessariamente modificate da vicinanze e lontananze fisiche ma non per forza legate alla percezione affettiva. Le relazioni d’amore hanno avuto un focus più approfondito, evidenziando come molte siano andate in crisi  gettando un’ombra ancora più scura in molti cuori, ma mostrando ad altri la possibilità di stare bene anche da soli.

La situazione è nuovamente mutata sotto il nome di Fase 2, in cui era consentito uscire muniti di mascherine ed è tornata la possibilità di incontrare i congiunti, pur rimanendo come grandi esclusi gli amici. E’ emerso come in molti abbiano provato un iniziale disagio e poi un adattamento alla nuova condizione, altri hanno invece sperimentato una sensazione positiva, quasi di libertà. E’ stato importante riflettere su come in generale ciascuno, per indole e storia personale tende a vivere i cambiamenti e come in particolare è stato questo.

Ci siamo poste il problema di come per alcuni un malessere forse antecedente si sia amplificato o nel lockdown o in seguito e come anche queste sensazioni avessero il diritto di entrare nella storia delle persone come una manifestazione di qualcosa da affrontare, un lato sofferente con cui confrontarsi.

Abbiamo infine deciso di volgere il nostro sguardo verso il futuro. Il Covid ha avuto tra le varie conseguenze la rottura del fluire del tempo individuale e collettivo, soprattutto nella dimensione del futuro divenuto per un po’ nebuloso e oscuro. Sembrava dunque necessario esplorare come questa dimensione si stava ritrasformando, rimodellando per sé e per il mondo.

KickTheQuarantine è nato come un progetto per accompagnare i ragazzi in un viaggio attraverso le loro emozioni e riflessioni ma la mia percezione è stata di vivere con loro questo viaggio, in fondo si era compagni su una stessa barca, pur con competenze e punti di vista diversi.

Uno degli obiettivi era non far sentire soli i ragazzi di fronte a un evento troppo grande per essere affrontato in solitudine, effetto sicuramente sperimentato personalmente. La dimensione di gruppo di lavoro in cui ci siamo mosse, ha stimolato riflessioni ampie, sotto sfaccettature, angolazioni molteplici e complesse che spero siano arrivate ai ragazzi ma anche ai molti adulti che hanno seguito il progetto.

Riflettere su se stessi e su ciò che accade, comprendere ciò che occorre accettare e cosa invece è in nostro potere cambiare, se lo vogliamo, è importante in ogni momento della vita, ma è nella crisi che diviene fondamentale essere consapevoli di se, dei limiti e delle risorse proprie e altrui.

Spero che questo progetto abbia aiutato altri a mettere meglio a fuoco alcuni aspetti della propria vita, così come è stato per me.

Aletheia, Psicologia

Come stiamo in questo periodo?

malessere psicologico

Con la Fase 2 abbiamo ricominciato a fare cose che prima non erano permesse, abbiamo ritrovato abitudini, persone, attività… questo forse ci ha dato la possibilità di ritrovare un po’ di normalità e di vecchi modi di sentire e di mettere a fuoco come siamo stati in questo difficile periodo.

Dialogo tra le nostre psicoterapeute Elena Scapolla e Elisa Ceravolo

Malessere psicologico

Alcuni di noi sono stati male.

Su questo oggi vogliamo soffermarci, sul modo in cui siamo stati male.

Forse anche a voi è già capitato di notare come, al di là della vastissima gamma di emozioni che possiamo provare, ci siano alcune sensazioni, alcuni modi di soffrire che sembrano ritornare, che si ripresentano nel tempo. Provo a farvi un esempio, prendiamo un’emozione faticosa che conosciamo bene: l’ansia. A tutti noi è capitato di preoccuparci per qualcosa di spiacevole o di andare in ansia per un esame. Ci sono però alcune persone che racconterebbero in maniera diversa il loro rapporto con l’ansia, che la definirebbero un’emozione che è spesso presente nei momenti di difficoltà o direbbero che l’hanno dovuta affrontare in diversi periodi della vita. Insomma per alcuni quello è il modo in cui stanno male. Su questo vorremmo focalizzarci un po’: quando attraversiamo un periodo di crisi un po’ più lungo o impegnativo, il momento di difficoltà è segnalato dall’emergere di emozioni che percepiamo come critiche, e che spesso non sono una totale novità, ma le abbiamo sentite e affrontate in precedenti momenti di crisi.

Temi critici

In maniera simile può capitarci di osservare la nostra storia, sempre soffermandoci sui momenti difficili, e ritrovare alcuni modi di guardare a noi stessi o al mondo che ci circonda che non sono proprio nuovi, ma che ritornano. Ad esempio posso rendermi conto che nei vari momenti di difficoltà della mia vita ho avuto la tendenza a leggermi come una persona fragile presa in un mondo troppo difficile o ostile,  o come una persona sola e abbandonata da tutti in un mondo in cui nessuno mi ama o ci tiene a me, o ancora come una persona inadeguata in un mondo in cui tutti mi giudicano male…

E quindi, in questa pandemia, in quarantena etc, se guardo indietro posso provare a tirare un po’ le somme rispetto a come mi sono sentito e quali aspetti della situazione mi hanno messo in difficoltà.

Possibili sintomi (ricorrenti anche nella mia storia):

  • Insonnia, incubi, inversione giorno/notte
  • Ansia, panico, preoccupazione, rimuginio, horror vacui, crisi respiratorie, timori ipocondriaci
  • Rabbia, irritabilità, esplosività
  • Depressione, tristezza, labilità emotiva (sbalzi d’umore), crisi di pianto
  • Noia, apatia, abulia, comportamenti regressivi
  • Perdita del senso di sé, confusione, vuoto

Guardando il modo in cui siamo stati male possiamo già iniziare a chiederci se ne siamo davvero sorpresi o se questo tipo di malessere si era già fatto vivo a seguito di altri eventi critici.

Possibili aspetti che ci hanno messo in crisi della pandemia:

  • timori ipocondriaci virus e contagio – preoccupazione mia salute, fragilità personale
  • preoccupazione per salute altrui – iperaccudimento? Questioni ansiose in generale
  • costrizione da decreto e quarantena
  • senso di solitudine abbandono (nessuno mia cerca)
  • senso di inadeguatezza (nessuno mi cerca)
  • iperesponsabilizzazione (potrei contagiare gli altri, devo prendermene cura)
  • perdita delle routine e delle relazioni, del mio ruolo nel contesto sociale cui segue una perdita del senso di sé con relativa svalutazione personale

Di tutti gli aspetti di questa crisi che potevano “toccarci”, a noi ha messo in crisi proprio questo!

Guardando cosa in particolare ci ha fatto soffrire possiamo renderci conto che forse non è la prima volta che interpretiamo la realtà in questo modo.

Vedere che gli amici ci hanno cercato poco ci può ad esempio aver fatto sentire inadeguati, con qualcosa che non va, proprio come ci può essere successo in passato, in una situazione diversa che però su di noi è stata letta in modo simile.

È un po’ come renderci conto che indossiamo un certo paio di occhiali per leggere la realtà, che filtrano alcune informazioni facendocele sentire più importanti di altre e facendoci soffrire in un modo che non ci è nuovo.

Il sintomo ci parla, ci dice che qualcosa è molto importante per noi, porta la nostra attenzione proprio lì, dove c’è qualcosa di rilevante.

Cosa può essere utile fare allora

  • Ascoltare il sintomo, accoglierlo e imparare a conoscere le nostre reazioni emotive critiche come delle vecchie amiche che ci indicano i nostri punti sensibili, quelli sui quali il cantiere di lavoro è ancora aperto;
  • Sfruttare ogni episodio di crisi per affinare la nostra consapevolezza, sviluppare strumenti e risorse, acquisire esperienza nella gestione della crisi e incamerare la sicurezza che ne deriva.

Come possiamo farlo?

Vi proponiamo un piccolo esercizio per aiutarvi ad ascoltare meglio quello che il sintomo sta provando a comunicare.



Dateci un’occhiata e provate a rispondere alle domande che trovate.

Se vi va condividete con noi quanto emerge, mandandoci una mail a kickthequarantine@gmail.com. Vi risponderemo in forma privata con una piccola restituzione.

Alcuni consigli dalle nostre psicologhe

Video pillola conclusiva sul tema
Aletheia, Psicologia

Amore, adolescenza e COVID-19

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Video diretta Instagram a introduzione del tema a cura delle nostre psicoterapeuta Laura Molinar Roet e Angela Benedicenti

L’Uomo è un essere relazionale, che si forma attraverso la relazione con l’ambiente esterno, di cui l’amore e le sue forme ne sono un esempio.

L’innamoramento in adolescenza assume infatti significato, non tanto di ricerca di una soddisfazione di una pulsione sessuale, ma quanto di ricerca del senso di sé, della propria identità. L’adolescente, spinto da processi di individuazione che sono alla base della domanda “chi sono io?”, si cerca nell’altro e, attraverso una proiezione della propria immagine nel partner, cerca il suo riflesso per osservarlo, interrogarlo e per andare a raggiungere una definizione della propria identità (Erikson).

Le prime esperienze d’amore rappresentano i primi tentativi di allontanamento dalle figure genitoriali, a volte alla ricerca di simili sostituti, talvolta in netto contrasto con la propria famiglia. In questi casi la relazione amorosa assume per l’adolescente il significato di una vera e propria affermazione della libertà acquisita o desiderata, una presa di posizione connotata dal conflitto tra la propria identità, e il retaggio familiare (vedi Romeo e Giulietta).

Alcune cose sono cambiate in questi ultimi anni, la famiglia talvolta ha perso il peso di un tempo.e sembra lasciare correre più facilmente di fronte alle scelte amorose dei figli, altre volte invece opinioni e restrizioni dettano ancora interferenze in questo processo di crescita. Tuttavia spesso sembra che il ruolo svolto un tempo primariamente dal gruppo familiare, sia stato sostituito da quello dei pari, dal gruppo dei coetanei che, con critiche e pareri, va ad assumere un significato preponderale nella scelta del partner amoroso per l’adolescente. Il consenso degli amici diviene fattore centrale in un bisogno di riconoscimento e condivisione di gruppo.  

Il Corona Virus irrompe nelle relazioni d’amore, la quarantena ha scombinato gli equilibri di molte coppie: mettendo a dura prova le coppie che abitano nella stessa casa, forzandoli a condivisione di spazi e tempi in un tempo sempre uguale; mettendo una battuta d’arresto alle relazioni a distanza, tra città diverse; evidenziando la solitudine di chi una relazione la desidera e la ricerca da un po’ o di chi ne ha appena conclusa una. 

E gli adolescenti? Come stanno vivendo questo tempo e spazio di distanziamento sociale? 

Adolescenti abituati e abili nell’uso di tecnologie, che in questo periodo si offrono come fruitori di surrogati incontri tra partner, come si pongono ad affrontare queste relazioni?

E nel futuro come ci si rincontrerà? Dove in che modo? Con che aspettative o quali desideri? 

La famiglia tornerà a far sentire il suo peso in queste relazioni, obbligando a restrizioni e spingendo verso una responsabilizzazione dell’adolescente? 

Un piccolo esercizio per aiutarci a riflettere

Dopo quasi tre mesi di distanziamento la nostra situazione in amore e nelle relazioni forse è cambiata.
Ha subito cambiamenti? Ti sei accort* di cose che non andavano?

Guarda il grafico: dove ti collocheresti?

Scegli e fai un cerchio intorno alle frasi nelle quali ti riconosci e che esprimono come ti senti in questo momento, se fai i conti con l’amore.

Inizia la lettura da sinistra se sei single o da destra se sei in coppia.
Segna e guarda, verso quale polo tende la tua relazione d’amore in questo periodo?
Puoi segnarne più di una, perché l’amore è un sentimento complesso ed è normale aver sentito tante cose, anche in apparenza contraddittorie.
Prenditi il tempo per recuperare come sei stat*. A volte può essere d’aiuto mettere delle parole intorno a dei sentimenti.

Cosa sentono i ragazzi

Vogliamo condividere ora alcune delle preziose riflessioni sul tema amore che alcuni ragazzi ci hanno inviato all’interno del progetto KickTheQuarantine.

Ne approfittiamo per ringraziarli di aver condiviso con noi i loro pensieri e le loro emozioni. Grazie davvero.

Pubblichiamo di seguito la video pillola di chiusura del tema a cura della nostra psicoterapeuta Laura Molinar


BIBLIOGRAFIA

E. H. Erikson Gioventu e crisi identità. Armando Editore 1980. 

M. Ammaniti Adolescenti senza tempo. Raffaello cortina editore 2018

M. e N. Ammaniti  Nel nome del figlio. Mondadori. 2010. 

Aletheia, Psicologia

#inquarantinewithyou: relazioni interpersonali e benessere emotivo

relazioni interpersonali
Video pillola lancio tema RELAZIONI INTERPERSONALI curata dalla nostra psicoterapeuta Chiara Gallini

Eccoci arrivati alla terza settimana del progetto KicktheQuarantine. Questa volta l’argomento che abbiamo deciso di affrontare è le RELAZIONI INTERPERSONALI, un aspetto fondamentale e fondante della vita di ogni persona che in questo periodo è stato messo duramente alla prova.

Un po’ di teoria

Da oltre un mese la popolazione mondiale si trova ad affrontare una minaccia senza precedenti, soprattutto perché impone un distanziamento fisico inusuale e scomodo all’essere umano, per sua natura sociale.

Le caratteristiche del pericolo legato all’epidemia di Covid-19, infatti, creano un corto circuito tra le misure per contenerlo, individuate nell’isolamento sociale, e il forte richiamo alla ricerca e bisogno dell’altro in un momento di incertezza e insicurezza.

Tale bisogno di vicinanza quando ci si sente in pericolo è infatti un mandato molto antico e profondo nell’essere umano e la teoria polivagale di Porges (2014) aiuta a comprendere le basi anatomiche e funzionali del motivo per cui parlare con gli altri, la relazione, ha un effetto calmante e rassicurante.

In questo senso l’impossibilità per molti di ottenere vicinanza in questo periodo di quarantena può contribuire all’insorgenza di stati di sofferenza anche significativi. 

Le relazioni e i rapporti con gli altri non sono solo importanti risorse in una condizione di insicurezza, ma costituiscono parti fondanti della mente umana. La nostra psiche è relazionale, come sottolinea lo psichiatra statunitense Daniel Sigel (2013). Il nostro cervello infatti cresce, si sviluppa e cambia all’interno di un tessuto di legami affettivi e le esperienze interpersonali concorrono profondamente alla creazione dell’identità umana. I cuccioli di uomo nascono fortemente immaturi e molto più dipendenti dall’ambiente esterno rispetto alla stragrande maggioranza degli altri mammiferi. E’ quindi necessario un lungo periodo di apprendistato prima di raggiungere una maturità, durante il quale il bambino modifica e amplia il suo cervello in relazione alle esperienze che fa. E le esperienze più significative sono quelle relazionali: il modo in cui riceverà cure, le risposte che otterrà alle sue richieste di sicurezza influenzeranno quindi profondamente il modo in cui lui costruirà significati su di sè e il mondo. 

Proprio per questa loro centralità e per l’importanza che le relazioni hanno come costituenti fondamentali della natura della psiche, dell’emotività e azione umana, tale argomento è stato oggetto di innumerevoli studi e teorizzazioni, da parte di molteplici approcci di indagine all’uomo e al suo funzionamento. 

In ambito psicoanalitico, ad esempio, sono stati numerosissimi gli autori che hanno ipotizzato il fondamento della psiche umana nella relazione (Ferenczi, 1929; Fairbain, 1941; Balint, 1937; Winnicott, 1965) e l’Infant Research, in particolare gli studi di Stern (1985), ha portato prove empiriche a dimostrazione di una innata propensione all’interazione sociale, visibile sin nei neonati. Gli studi cognitivisti derivanti dalla teoria di Bowlby (1988) hanno sviluppato modelli della mente umana in cui i sistemi motivazionali fondamentali sono principalmente interazionali, a partire dall’attaccamento. Mentre la psicologia sociale, e in particolare il contributo di Lewin (), ha permesso di dimostrare come la socialità sia determinante nell’adattamento della specie umana, considerando i gruppi come sistemi superiori alla somma delle singolarità che lo compongono.

La relazione con l’altro è quindi importante risorsa di fronte ad una minaccia, elemento che contribuisce a sviluppare e far crescere la nostra mente e aspetto identitario e di appartenenza.

In questo senso, l’approccio sistemico relazionale ha contribuito alla riflessione intorno al tema del rapporto tra individuo e sistema complesso, individuando nella famiglia il primo importante gruppo umano di appartenenza. Gli studi in questa direzione hanno ampiamente indagato come la struttura (Minuchin, 1974), la storia (Framo, 1992) e i miti familiari (Andolfi, Angelo, 1987) si radichino in profondità nei suoi componenti e ne influenzino schemi, scelte e ne rappresentino limiti e risorse.

L’uomo è quindi inserito in un tessuto sociale, in cui le relazioni sono caratterizzate da una dinamica interdipendente e da un andamento flessibile.

Nella crescita infatti possono aumentare i gruppi di appartenenza, rendendo più complesso l’insieme di ruoli sociali ricoperti da un individuo. L’importanza di questo confronto si ha in particolar modo durante l’adolescenza, in cui il gruppo dei pari si pone come luogo fondamentale di esplorazione e di sostegno.

Il distanziamento sociale

Tutto questo per comprendere come le legittime misure di isolamento sociale imposte dal Covid-19 possono aver modificato la qualità di una parte importantissima per l’essere umano: la relazione.

Il distanziamento sociale impone quindi di inventarsi e sviluppare modi alternativi alla compresenza per stare-con-l’altro: la tecnologia e le risorse on line stanno offrendo risposte alla popolazione mondiale che si trova a sperimentarne limiti e benefici, confrontandosi con nuove modalità comunicative. 

Ma sono molti gli aspetti che questa quarantena ha messo in risalto rispetto al tema delle relazioni: come possiamo sentirci vicini a chi è lontano fisicamente? Come possiamo ottenere sostegno se viviamo soli e non possiamo ricevere il conforto di un abbraccio? E ancora, come trovare solitudine in una casa molto affollata? Come difendere la nostra privacy e giusta distanza dal web, che ci rende potenzialmente reperibili H24?

Sono domande importanti, rispetto alle quali ognuno sperimenta e cerca nuove personali modalità, interrogandosi su strategie per continuare a stare in relazione con gli altri, nel modo più vicino a se stessi.

Ma ne vale la pena. Perché, anche se è stata stravolta la nostra quotidianità e molte delle nostre relazioni, la spinta all’adattamento e alla ricerca di chi per noi è significativo è vitale e troverà sicuramente modi nuovi per declinarsi.

Qualche strumento per aiutare i ragazzi a riflettere

é allora importante provare ad utilizzare questo momento per porsi alcune domande su quelle che noi riteniamo essere le nostre relazioni importanti e su come noi ci poniamo all’interno delle diverse relazioni che intessiamo nel corso della nostra vita.

Ecco allora alcuni stimoli, scaricabili gratuitamente, che possono guidare i ragazzi nell’esplorazione del loro mondo relazionale.

Buon lavoro!

Per chi volesse avere un confronto e un rimando personale dalle nostre psicologhe può inviare le sue schede compilate all’indirizzo mail kickthequarantine@gmail.com oppure inviarcele in DM sul nostro profilo Instagram @Kickthequarantine

Che cosa ci hanno raccontato i ragazzi

Video Pillola conclusiva sul tema delle relazioni a cura della nostra psicoterapeuta Chiara Gallini


BIBLIOGRAFIA

Andolfi M., Angelo C., (1987) Tempo e mito nella psicologia familiare. Torino, Bollati Boringhieri.

BalintM. (1937) Primi stadi dello sviluppo dell’ego. In L’amore primario. Milano, Cortina, 1991.

Bowlby J. (1988). Una base sicura. Applicazioni cliniche alla teoria dell’attaccamento. Milano,Raffaello Cortina, 1989 

Fairbairn, W.R. (1941) A revised psychopathology of psychosis and psychoneurosis. In International Journal of Psychoanalysis. 22, 250-279

Ferenczi S. (1929) Il bambino mal accolto e la sua pulsione di morte. Opere vol.4, Milano, Raffaello Cortina, 2002.

Framo J.L. (1992) Terapia intergenerazionale. Milano, Raffaello Cortina, 1996.

Minuchin S. (1974) Famiglie e terapia della famiglia. Roma, Astrolabio, 1976.

Siegel D. (2013). La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Cortina Ed. Milano  

Stern D.S. (1985) Il mondo interpersonale del bambino. Torino, Bollati Boringhieri, 1987.

Porges S.W. (2014). La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione. Giovanni Fioriti Ed. Roma.

Winnicott D.W. (1965) Sviluppo affettivo e ambiente. Roma, Armando, 1970. 


Aletheia, Psicologia

Vicinanze e distanze. Il lutto al tempo del Coronavirus


Il termine lutto deriva dal latino luctus (pianto) e indica la costellazione di reazioni psicologiche e comportamentali che un individuo sperimenta a fronte della perdita di una persona significativa; inoltre si riferisce ai rituali sociali e collettivi messi in pratica pubblicamente nelle diverse culture a seguito di una morte (Crozzoli Aite, 2003). Il lutto è quindi qualcosa che si sperimenta intimamente con se stessi e allo stesso tempo con affetti e collettività. Oggi più che mai in entrambe queste dimensioni, individuale e collettiva, stiamo sperimentando uno sconvolgimento profondo fatto di distanze e vicinanze forzate. 

Innanzitutto questa situazione sta modificando il nostro rapporto con la morte.

Un tempo le persone morivano nella propria casa circondate dai propri cari e ogni membro della famiglia, compresi i bambini, veniva preparato ad affrontare questo momento. Le moderne tecnologie e i progressi medici hanno successivamente allontanato la morte dalla nostra quotidianità e dalle nostre menti (Becker, 1973; Mitford, 1978). Oggi invece il tema della morte è tornato con violenza nelle nostre case attraverso i telegiornali, le radio, i giornali, le immagini, i suoni continui delle ambulanze. La conta dei decessi scandisce le giornate e le settimane in una costante corsa contro il tempo.

C’è poi chi la morte la sta sperimentando direttamente e, a causa del virus o per altre ragioni, proprio in queste settimane ha perso qualcuno di importante. Per loro la morte è arrivata in casa in modo ancor più travolgente, rendendosi più vicina e tangibile. Allo stesso tempo però è tenuta lontana, poichè i funerali in questo momento sono ridotti al minimo o addirittura vietati. Le persone sono quindi private di un aspetto fondamentale nell’elaborazione di un lutto: salutare i defunti e ritualizzare la perdita. A tal proposito è importante sostenere queste famiglie, aiutandole ad immaginare dei rituali sostitutivi da poter svolgere in casa, in attesa di poter celebrare la cerimonia funebre vera e propria.

Ovviamente questa contrapposizione tra vicinanza e distanza non si sperimenta esclusivamente con il tema della morte, ma soprattutto all’interno delle nostre stesse relazioni.

I confini fisici e psichici con l’altro in questo momento sono stravolti, e siamo costretti a vivere principalmente due condizioni forzate: isolati e lontani dalle nostre famiglie (a volte in altre parti del mondo, impossibilitati a tornare a casa) oppure uniti costantemente sotto lo stesso tetto. È come se l’eterno dilemma umano fra indipendenza e appartenenza venisse oggi portato all’estremo e amplificasse alcune dinamiche famigliari con il rischio di provocare forti vissuti di solitudine in alcuni o, al contrario, sensazione di eccessiva vicinanza in altri. Tutto ciò può incidere su una famiglia che stia vivendo un lutto: l’evento luttuoso, infatti, è stressante non solo a causa della perdita di per sé, ma anche per la conseguente riorganizzazione della struttura familiare. La morte di un componente significativo di un sistema porta con sé diversi tipi di perdita: quella reale della persona e tutte quelle simboliche relative al ruolo e ai significati che ricopriva all’interno della famiglia.

Le famiglie che meglio si adattano alla morte di una persona cara sono quelle caratterizzate da un adeguato grado di coesione, tale per cui i suoi membri si supportano a vicenda rispettando però le rispettive differenze nell’affrontare il lutto. Famiglie con un alto grado di fusione (caratterizzate quindi da legami molto intensi, in cui l’autonomia è vissuta come una minaccia) potrebbero infatti vivere ogni reazione diversa da quella attesa come una mancanza di lealtà; al contrario, famiglie maggiormente disimpegnate (in cui i legami emotivi sembrano più lassi) potrebbero negare il dolore o viverlo in solitudine. 

In secondo luogo è importante che la struttura familiare, composta da regole, ruoli e confini, sia abbastanza flessibile da poter accettare il cambiamento, ma allo stesso tempo sufficientemente strutturata da poterlo affrontare senza entrare nel caos. Una famiglia caotica e disorganizzata potrebbe trovare difficile mantenere un senso di continuità e stabilità a fronte di un evento stressante come la morte di un parente importante mentre, al contrario, un sistema eccessivamente rigido potrebbe faticare nel modificare i propri pattern relazionali per adattarsi al cambiamento (Walsh, McGoldrick, 2004). 

Un’altra dimensione fondamentale è la comunicazione: una comunicazione aperta facilita enormemente l’adattamento alla morte e la riorganizzazione del sistema familiare (Imber-Black, 1995), mentre nel caso in cui si strutturino dei tabù tali per cui non si possano esprimere liberamente determinate emozioni, ricordi o pensieri, il rischio che emergano comportamenti sintomatici aumenta notevolmente (Bowen, 1980). 

È chiaro che all’interno di un’emergenza sanitaria e sociale come quella che stiamo vivendo questi tre fattori possono essere messi fortemente alla prova: vicinanze, distanze, confini e comunicazione sono profondamente intaccati da ciò che sta capitando. L’indipendenza può diventare isolamento, la vicinanza può risultare soffocante, la comunicazione può scarseggiare o al contrario non lasciar spazio all’ascolto di sé. È però altrettanto vero che ogni momento di crisi può coincidere con la scoperta di risorse individuali e familiari e può essere occasione per ridefinire alcune dinamiche. Le distanze forzate possono dunque spingere le persone a cercare maggior vicinanza e dialogo, anche qualora le relazioni fossero improntate maggiormente sul distacco emotivo; allo stesso tempo chi si trova a condividere quasi ogni spazio e momento con la propria famiglia potrà, proprio in occasione di un lutto, lottare per ridisegnare i confini della propria intimità. 

Il lutto ha quindi in sé due anime: si tratta di un fenomeno squisitamente intimo, privato e individuale e allo stesso tempo dalla forte impronta sociale, culturale e gruppale. Oggi entrambe le anime stanno subendo un profondo turbamento, ed è quindi ancor più importante curarle e ricercare un equilibrio tra due dimensioni, apparentemente contrastanti eppure assolutamente inscindibili, in modo da poter ritrovare in ognuna di loro le risorse per poter affrontare un evento tanto personale quanto universale. 

Dott.ssa Maria Vittoria Rosso


Becker E. (1973), The denial of death, Free Press, New York.

Bowen M. (1980), Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare, Astrolabio Ubaldini, Roma.

Crozzoli Aite L. (a cura di) (2003). Assenza, più acuta presenza. Il percorso umano di fronte all’esperienza della perdita e del lutto, Paoline Editoriale Libri, Milano.

Imber-Black E. (1995), Secrets in family and family therapy, Norton, New York.

Mitford J. (1978), The American way of death, Touchstone, New York.

Walsh F., McGoldrick M. (2004), Living Beyond Loss. Death in The Family, W. W. Norton & Company, New York.

Aletheia, Psicologia

Adesso resto in ascolto (on-line)

Attraverso il progetto Adesso Resto In Ascolto (sostenuto dalla Banca d’Italia)anche in questo momento di emergenza sanitaria, vogliamo continuare a prevenire l’insorgenza o la cronicizzazione di sofferenze psicologiche e promuovere il benessere nei preadolescenti e nei giovani adulti sia individualmente che nella loro relazione con il contesto famigliare e sociale.

 

A chi è rivolto?

Con tale progetto offriamo percorsi di sostegno psicologico a ragazzi in fascia 11-13 (e relative famiglie) e 22-25 anni che manifestano la volontà e/o la necessità di confrontarsi con un adulto competente estraneo alla famiglia in un luogo accogliente, non medicalizzato e depatologizzante.

 

La formula del colloquio sospeso

Ai ragazzi che decidono di intraprendere un percorso di consulenza o sostegno psicologico presso il Centro viene proposta la formula del colloquio sospeso.

Tale formula prende spunto dall’usanza del caffè sospeso, un’abitudine filantropica e solidale, un tempo viva nella tradizione sociale napoletana: viene posto in essere dagli avventori dei bar di Napoli mediante il dono della consumazione di una tazzina di caffè espresso a beneficio di uno sconosciuto.

Al ragazzo, quindi, viene richiesto di versare un contributo di 15 euro a colloquio per contribuire a sostenere il progetto e co-finanziare il percorso di chi accederà al progetto dopo di lui.

 

Il progetto ai tempi del coronavirus

La nostra equipe è disponibile ad attivare percorsi in videochiamata o chat utilizzando applicazioni come Skype, Whatsapp, Hangout, … e consulenze telefoniche

Per avere maggiori informazioni o richiedere un appuntamento scrivi una e-mail all’indirizzo centroclinico@terzotempo.it

Aletheia, Psicologia

Risvolti psicologici dell’emergenza COVID-19


Il problema oggettivo del “coronavirus” diventa problema soggettivo in relazione al vissuto psicologico, alle emozioni e paure che il tema suscita diversamente in ognuno di noi.

La percezione del rischio può essere distorta e amplificata sino a portare a condizioni di panico che, sono quasi sempre del tutto ingiustificate, e possono aumentare il rischio di contagio perché portano a comportamenti meno razionali e ad un abbassamento delle difese, anche biologiche, dell’organismo.

E’ consigliato affidarsi solamente ai dati e alla comunicazione diffuse dalle autorità pubbliche e alle indicazioni di cautela e prevenzione in essa contenute. Ad esempio:

Evitare di placare l’ansia inseguendo informazioni spesso amplificate ed incontrollate.

Avere timori e paure è normale ma non ansia generalizzata, angoscia o panico, che non aiutano e sono controproducenti.

Per evitare che le paure siano sproporzionate e creino forme di ansia individuale e di panico collettivo l’Ordine Nazionale degli Psicologi propone un “decalogo antipanico” per fornire alcune “chiavi di lettura” che possono aiutare ad evitare due errori possibili: sopravvalutare o sottovalutare (negare) il problema.


Decalogo Antipanico

1. Attenersi ai fatti, cioè al pericolo oggettivo.

2. Non confondere una causa unica con un danno collaterale.

3. Se il panico diventa collettivo molti individui provano ansia e desiderano agire e far qualcosa pur di far calare l’ansia, e questo può generare stress e comportamenti irrazionali e poco produttivi.

4. Farsi prendere dal contagio collettivo del panico ci porta a ignorare i dati oggettivi e la nostra capacità di giudizio può affievolirsi.

5. Pur di fare qualcosa, spesso si finisce per fare delle cose sbagliate e a ignorare azioni protettive semplici, apparentemente banali ma molto efficaci

6. In linea generale troppe emozioni impediscono il ragionamento corretto e frenano la capacità di vedere le cose in una prospettiva giusta e più ampia, allargando cioè lo spazio-tempo con cui esaminiamo i fenomeni.

7. E’ difficile controbattere le emozioni con i ragionamenti, però è bene cercare di basarsi sui dati oggettivi. La regola fondamentale è l’equilibrio tra il sentimento di paura e il rischio oggettivo.

8. Questa semplice figura permette di vedere la paura del coronavirus in prospettiva.

La figura mostra nella parte superiore i pericoli di cui si ha più paura di quanta se ne dovrebbe avere. In questi casi l’indignazione pubblica può suscitare panico e, di conseguenza, ansie sproporzionate e dannose. Nella parte inferiore, al contrario, ci sono i pericoli a cui siamo abituati e che non provocano paure.

La sproporzione tra le aree dei due cerchi mostra quanta differenza c’è tra paure soggettive e pericoli oggettivi.

(Fonte: Paolo Legrenzi, A tu per tu con le nostre paure. Convivere con la vulnerabilità, Il Mulino, 2019).

9. La figura mostra il fenomeno delle paure nel loro complesso: l’indignazione pubblica sui media accentua alcune paure, come quelle per gli attacchi terroristici e i criminali armati, e induce a sottovalutare altri pericoli oggettivi a cui siamo abituati. Le caratteristiche del panico per coronavirus lo avvicinano ai fenomeni improvvisi e impressionanti che inducono panico perché sollevano l’indignazione pubblica.

10. Siamo preoccupati della vulnerabilità nostra e dei nostri cari e cerchiamo di renderli invulnerabili. Ma la ricerca ossessiva dell’invulnerabilità è contro-producente perché ci rende eccessivamente paurosi, incapaci di affrontare il futuro perché troppo rinchiusi in noi stessi.


Un atteggiamento psicologico valido dunque può aiutare non solo chi lo attua ma anche gli altri, innescando un circuito virtuoso, e aumentando il “quoziente di resilienza” dei singoli, della famiglia, della comunità.

Ecco un vademecum redatto dall’Ordine Nazionale degli Psicologi  per aiutare le persone a confrontarsi psicologicamente nel modo migliore possibile con il problema.

https://d66rp9rxjwtwy.cloudfront.net/wp-content/uploads/2020/03/pieghevole-vademecum-coronavirus-CNOP-9-marzo.pdf

Raccomandiamo comunque alle persone che sentono un particolare disagio psicologico di chiedere, senza timore o vergogna, un aiuto professionale.

Aria, Psicologia

Le difficoltà relazionali ed emotive dei giovani

La Cooperativa Terzo Tempo, insieme al Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino, promuove in collaborazione con Spazi Reali e il Centro d’Ascolto Aria, un’Indagine sulle difficoltà relazionali ed emotive di adolescenti e giovani adulti torinesi.
Ragazz* e giovani adulti dai 16 ai 29 anni possono partecipare.
L’obiettivo dello studio è descrivere il modo in cui adolescenti e giovani adulti vivono le loro emozioni e relazioni.

Perché è importante indagare le difficoltà relazionali ed emotive dei giovani?

Perché l’adolescenza e la giovane età adulta sono tappe evolutive fondamentali nella costruzione della propria identità. Non sempre è semplice affrontare le sfide dell’adolescenza, la vita relazionale ed emotiva di ragazze e ragazzi può risultare davvero difficile.

Lo scopo della ricerca

Osservando la vita relazionale e le emozioni di giovani e adolescenti, la ricerca si propone di individuare eventuali punti di forza e di debolezza che possano promuovere una riflessione istituzionale sugli interventi da offrire per dare supporto a chi si trova a vivere in questa delicata fascia d’età.

Come si partecipa

Un incontro dura circa 30 minuti per la somministrazione di alcuni questionari.

Perché partecipare

Partecipare allo studio potrà favorire la raccolta di informazioni sulle caratteristiche dei giovani di Torino. Dati importanti che serviranno per la progettazione di nuove proposte e servizi a disposizione dei giovani a livello cittadino. Per partecipare e prendere appuntamento: Eda Guza, cell: 3246098273 e-mail: eda.guza@edu.unito.it
Aria, Seminari e convegni

ARIA di Autonomie alla Scuola Holden

Un quartiere pieno di vita, di storie e culture differenti quello dove sorge la Scuola Holden di Torino, in via Borgo Dora: la cornice ideale per ospitare un progetto come ARIA, così ricco di sfumature.

ARIA è un centro d’ascolto del Comune di Torino, un servizio offerto in modo gratuito in via Giolitti 40/b rivolto a ragazze e ragazzi dai 14 ai 21: un luogo speciale di riflessione e di confronto che si pone l’obiettivo di affrontare quelle crisi e difficoltà che si incontrano normalmente in fase di crescita beneficiando dell’ascolto di un adulto estraneo alla famiglia. Una persona in grado di offrire sostegno nella riflessione e nella chiarificazione su di sé. Un aiuto che vuole promuovere prima di tutto la ricerca delle proprie risorse, interne ed esterne (nel proprio ambiente e nella propria famiglia) fondamentali per muoversi nella vita, per capire sé stessi e gli altri, per scegliere una rete di relazioni alla quale potersi affidare.

Aria di Autonomie: il convegno

Durante il Convegno annuale del progetto Aria “Aria di Autonomie – tra soggettività, occasioni e paure” si è posto subito l’accento sulla scelta della parola Autonomie – al plurale. Una scelta assolutamente non casuale, perché la ricerca e la scelta di una strategia legata alla propria autonomia personale non è mai semplice, unica, non si trova scritta in nessun manuale ma deriva da un lavoro personale di riflessione e di messa in gioco.

Entriamo allora nel General Store della Scuola Holden, un luogo molto affascinante: una via di mezzo tra un’aula magna post-industriale, la location di un film fantascientifico, un gigantesco loft, un teatro disegnato da menti brillanti.

Il General Store ha tante nature, proprio come le idee che durante la giornata affollano la sala. Proprio come le emozioni che si intrecciano alle parole, dal palco agli spalti, una cosa che salta subito all’occhio è l’assoluta mancanza di gradini e dislivelli tra chi partecipa al convegno: professioniste e professionisti, ragazze e ragazzi, genitori, studenti, il dialogo è continuo e serrato, le differenze sono un ulteriore stimolo al dialogo e alla riflessione, non un motivo per chiudere le porte della creatività.

L’intervento di Alberto Pellai

Autonomia e resilienza, il giusto intreccio per sviluppare una fondamentale capacità, quella di adattamento. Questa capacità ci permette di affrontare l’ignoto.

Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, stimola il dialogo con il suo intervento: “Come autonomia e responsabilità crescono nella mente di chi sta crescendo”.

Il cervello è come una casa a tre piani. Cosa succede quando si diventa preadolescenti? Riflettiamo sulle relazioni e le esperienze. Sono proprio le relazioni a modellare ciò che siamo e possiamo essere.

Il piano terra della nostra casa-cervello è quello deputato alla sopravvivenza, nel primo piano risiede il cervello emotivo con le sue emozioni primarie. Nel secondo piano ha sede il pensiero cognitivo dove risiede la capacità di produrre pensiero.

Cosa dobbiamo fare per rendere autonomi i nostri figli? Ricordiamo che non c’è una via univoca. Fondamentale è riuscire a stare nella relazione.

Bisognerebbe adottare quella giusta oscillazione tra la dimensione della paura e della sorpresa, quell’incredibile motore che ci spinge verso l’ignoto.

Quella spinta ci dice di andare a prendere quel pezzetto di te che ancora non conosci e conservarlo in te.

Autonomia: un allenamento che si apprende dagli errori. L’autonomia si conquista per sé e per gli altri, non ha a che vedere con una modalità antagonistica ma cooperativa. Sentire di appartenere ad una squadra.

L’intervento di Paola Isabello, psicologa e psicoterapeuta 

L’autonomia è un percorso che dura tutta la vita. È un percorso che si fa in due. È un percorso di differenziazione dall’altro. Ciò che possiamo fare è rispettare ragazze e ragazzi nelle loro differenze.
I giovani hanno il diritto di chiedere ai loro genitori uno spazio di autonomia per parlare con dei professionisti. Il progetto Aria è proprio questo, uno spazio prima di tutto libero. Il ruolo dell’adulto è stare a fianco, come farebbe un compagno di viaggio: rassicurare ragazze e ragazzi, ma lasciando la libertà di fare e scegliere.
L’adulto è un’impalcatura che poi al momento giusto deve sapersi staccare.
 
Sono moltissimi gli stimoli che hanno attraversato lo spazio e le menti presenti al convegno, sia al mattino che al pomeriggio, quando è arrivato il momento per i giovani di salire sul palco e di condividere idee, passioni, paure.
 

Autonomie: esperienza e relazione

 
Esperienza e relazione: queste le parole chiave su cui si è focalizzata l’attenzione. Perché in fondo l’autonomia è proprio questo, un tentativo di realizzare la propria identità. E questo è davvero un percorso che dura tutta la vita.
Lavorare sul blocco emotivo è molto importante quando si parla di cambiamenti e di progetti futuri. Perché si può desiderare e, al tempo stesso, aver paura dell’autonomia. Il blocco fa paura ma è in realtà un’occasione per fermarsi e ricorstruire.

Rischio e limite

Non possiamo diventare completamente indipendenti.
Dunque è proprio così, ma possiamo lavorare sull’autonomia, scegliendo consapevolmente di correre dei rischi, accogliendo i limiti, accogliendo le nostre paure.
 
L’autonomia è quella capacità di costruire delle relazioni che non siano prevaricanti e che non prevarichino. Ciò significa saper gestire il conflitto, credere e sostenere le proprie idee e il nostro pensiero sul mondo.
 
Qual è l’obiettivo che dovremmo porci tutte e tutti, come comunità?
 
Creare una società educante che sia sempre meno frammentata, ricca di opportunità e occasioni di incontro, priva di barriere.
E Aria è proprio questo: una palestra sociale.
Aria, Psicologia

Gruppo di parola sul lutto in adolescenza

Nuovo avvio nel mese di novembre del gruppo LEGAMI CONTINUI.

Legami Continui è un gruppo di parola rivolto a ragazzi e ragazze fra i 14 e i 21 anni che stanno vivendo un lutto per la perdita di una persona cara. L’obiettivo del gruppo è creare uno spazio sicuro di confronto fra coetanei, permettendo l’espressione di vissuti ed emozioni a volte difficili da esternare in altri contesti e favorendo la possibilità di trovare le risorse per affrontare il proprio percorso di vita.

 

Dove?

ARIA – Centro d’ascolto per adolescenti e giovani

Via Giolitti 40b, Torino

Quando?

Da novembre 2019 il Lunedì pomeriggio dalle 15.30 alle 17.00

 

Per partecipare:
Invia una e-mail all’indirizzo aria@comune.torino.it

oppure telefona al numero 011 8126637

 

Conducono:
Dott.ssa Maria Vittoria Rosso, psicologa specializzanda in psicoterapia

Dott. Luca Corbetta, psicologo e psicoterapeuta