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Aletheia, Psicologia

Vicinanze e distanze. Il lutto al tempo del Coronavirus


Il termine lutto deriva dal latino luctus (pianto) e indica la costellazione di reazioni psicologiche e comportamentali che un individuo sperimenta a fronte della perdita di una persona significativa; inoltre si riferisce ai rituali sociali e collettivi messi in pratica pubblicamente nelle diverse culture a seguito di una morte (Crozzoli Aite, 2003). Il lutto è quindi qualcosa che si sperimenta intimamente con se stessi e allo stesso tempo con affetti e collettività. Oggi più che mai in entrambe queste dimensioni, individuale e collettiva, stiamo sperimentando uno sconvolgimento profondo fatto di distanze e vicinanze forzate. 

Innanzitutto questa situazione sta modificando il nostro rapporto con la morte.

Un tempo le persone morivano nella propria casa circondate dai propri cari e ogni membro della famiglia, compresi i bambini, veniva preparato ad affrontare questo momento. Le moderne tecnologie e i progressi medici hanno successivamente allontanato la morte dalla nostra quotidianità e dalle nostre menti (Becker, 1973; Mitford, 1978). Oggi invece il tema della morte è tornato con violenza nelle nostre case attraverso i telegiornali, le radio, i giornali, le immagini, i suoni continui delle ambulanze. La conta dei decessi scandisce le giornate e le settimane in una costante corsa contro il tempo.

C’è poi chi la morte la sta sperimentando direttamente e, a causa del virus o per altre ragioni, proprio in queste settimane ha perso qualcuno di importante. Per loro la morte è arrivata in casa in modo ancor più travolgente, rendendosi più vicina e tangibile. Allo stesso tempo però è tenuta lontana, poichè i funerali in questo momento sono ridotti al minimo o addirittura vietati. Le persone sono quindi private di un aspetto fondamentale nell’elaborazione di un lutto: salutare i defunti e ritualizzare la perdita. A tal proposito è importante sostenere queste famiglie, aiutandole ad immaginare dei rituali sostitutivi da poter svolgere in casa, in attesa di poter celebrare la cerimonia funebre vera e propria.

Ovviamente questa contrapposizione tra vicinanza e distanza non si sperimenta esclusivamente con il tema della morte, ma soprattutto all’interno delle nostre stesse relazioni.

I confini fisici e psichici con l’altro in questo momento sono stravolti, e siamo costretti a vivere principalmente due condizioni forzate: isolati e lontani dalle nostre famiglie (a volte in altre parti del mondo, impossibilitati a tornare a casa) oppure uniti costantemente sotto lo stesso tetto. È come se l’eterno dilemma umano fra indipendenza e appartenenza venisse oggi portato all’estremo e amplificasse alcune dinamiche famigliari con il rischio di provocare forti vissuti di solitudine in alcuni o, al contrario, sensazione di eccessiva vicinanza in altri. Tutto ciò può incidere su una famiglia che stia vivendo un lutto: l’evento luttuoso, infatti, è stressante non solo a causa della perdita di per sé, ma anche per la conseguente riorganizzazione della struttura familiare. La morte di un componente significativo di un sistema porta con sé diversi tipi di perdita: quella reale della persona e tutte quelle simboliche relative al ruolo e ai significati che ricopriva all’interno della famiglia.

Le famiglie che meglio si adattano alla morte di una persona cara sono quelle caratterizzate da un adeguato grado di coesione, tale per cui i suoi membri si supportano a vicenda rispettando però le rispettive differenze nell’affrontare il lutto. Famiglie con un alto grado di fusione (caratterizzate quindi da legami molto intensi, in cui l’autonomia è vissuta come una minaccia) potrebbero infatti vivere ogni reazione diversa da quella attesa come una mancanza di lealtà; al contrario, famiglie maggiormente disimpegnate (in cui i legami emotivi sembrano più lassi) potrebbero negare il dolore o viverlo in solitudine. 

In secondo luogo è importante che la struttura familiare, composta da regole, ruoli e confini, sia abbastanza flessibile da poter accettare il cambiamento, ma allo stesso tempo sufficientemente strutturata da poterlo affrontare senza entrare nel caos. Una famiglia caotica e disorganizzata potrebbe trovare difficile mantenere un senso di continuità e stabilità a fronte di un evento stressante come la morte di un parente importante mentre, al contrario, un sistema eccessivamente rigido potrebbe faticare nel modificare i propri pattern relazionali per adattarsi al cambiamento (Walsh, McGoldrick, 2004). 

Un’altra dimensione fondamentale è la comunicazione: una comunicazione aperta facilita enormemente l’adattamento alla morte e la riorganizzazione del sistema familiare (Imber-Black, 1995), mentre nel caso in cui si strutturino dei tabù tali per cui non si possano esprimere liberamente determinate emozioni, ricordi o pensieri, il rischio che emergano comportamenti sintomatici aumenta notevolmente (Bowen, 1980). 

È chiaro che all’interno di un’emergenza sanitaria e sociale come quella che stiamo vivendo questi tre fattori possono essere messi fortemente alla prova: vicinanze, distanze, confini e comunicazione sono profondamente intaccati da ciò che sta capitando. L’indipendenza può diventare isolamento, la vicinanza può risultare soffocante, la comunicazione può scarseggiare o al contrario non lasciar spazio all’ascolto di sé. È però altrettanto vero che ogni momento di crisi può coincidere con la scoperta di risorse individuali e familiari e può essere occasione per ridefinire alcune dinamiche. Le distanze forzate possono dunque spingere le persone a cercare maggior vicinanza e dialogo, anche qualora le relazioni fossero improntate maggiormente sul distacco emotivo; allo stesso tempo chi si trova a condividere quasi ogni spazio e momento con la propria famiglia potrà, proprio in occasione di un lutto, lottare per ridisegnare i confini della propria intimità. 

Il lutto ha quindi in sé due anime: si tratta di un fenomeno squisitamente intimo, privato e individuale e allo stesso tempo dalla forte impronta sociale, culturale e gruppale. Oggi entrambe le anime stanno subendo un profondo turbamento, ed è quindi ancor più importante curarle e ricercare un equilibrio tra due dimensioni, apparentemente contrastanti eppure assolutamente inscindibili, in modo da poter ritrovare in ognuna di loro le risorse per poter affrontare un evento tanto personale quanto universale. 

Dott.ssa Maria Vittoria Rosso


Becker E. (1973), The denial of death, Free Press, New York.

Bowen M. (1980), Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare, Astrolabio Ubaldini, Roma.

Crozzoli Aite L. (a cura di) (2003). Assenza, più acuta presenza. Il percorso umano di fronte all’esperienza della perdita e del lutto, Paoline Editoriale Libri, Milano.

Imber-Black E. (1995), Secrets in family and family therapy, Norton, New York.

Mitford J. (1978), The American way of death, Touchstone, New York.

Walsh F., McGoldrick M. (2004), Living Beyond Loss. Death in The Family, W. W. Norton & Company, New York.

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Adesso resto in ascolto (on-line)

Attraverso il progetto Adesso Resto In Ascolto (sostenuto dalla Banca d’Italia)anche in questo momento di emergenza sanitaria, vogliamo continuare a prevenire l’insorgenza o la cronicizzazione di sofferenze psicologiche e promuovere il benessere nei preadolescenti e nei giovani adulti sia individualmente che nella loro relazione con il contesto famigliare e sociale.

 

A chi è rivolto?

Con tale progetto offriamo percorsi di sostegno psicologico a ragazzi in fascia 11-13 (e relative famiglie) e 22-25 anni che manifestano la volontà e/o la necessità di confrontarsi con un adulto competente estraneo alla famiglia in un luogo accogliente, non medicalizzato e depatologizzante.

 

La formula del colloquio sospeso

Ai ragazzi che decidono di intraprendere un percorso di consulenza o sostegno psicologico presso il Centro viene proposta la formula del colloquio sospeso.

Tale formula prende spunto dall’usanza del caffè sospeso, un’abitudine filantropica e solidale, un tempo viva nella tradizione sociale napoletana: viene posto in essere dagli avventori dei bar di Napoli mediante il dono della consumazione di una tazzina di caffè espresso a beneficio di uno sconosciuto.

Al ragazzo, quindi, viene richiesto di versare un contributo di 15 euro a colloquio per contribuire a sostenere il progetto e co-finanziare il percorso di chi accederà al progetto dopo di lui.

 

Il progetto ai tempi del coronavirus

La nostra equipe è disponibile ad attivare percorsi in videochiamata o chat utilizzando applicazioni come Skype, Whatsapp, Hangout, … e consulenze telefoniche

Per avere maggiori informazioni o richiedere un appuntamento scrivi una e-mail all’indirizzo centroclinico@terzotempo.it

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Risvolti psicologici dell’emergenza COVID-19


Il problema oggettivo del “coronavirus” diventa problema soggettivo in relazione al vissuto psicologico, alle emozioni e paure che il tema suscita diversamente in ognuno di noi.

La percezione del rischio può essere distorta e amplificata sino a portare a condizioni di panico che, sono quasi sempre del tutto ingiustificate, e possono aumentare il rischio di contagio perché portano a comportamenti meno razionali e ad un abbassamento delle difese, anche biologiche, dell’organismo.

E’ consigliato affidarsi solamente ai dati e alla comunicazione diffuse dalle autorità pubbliche e alle indicazioni di cautela e prevenzione in essa contenute. Ad esempio:

Evitare di placare l’ansia inseguendo informazioni spesso amplificate ed incontrollate.

Avere timori e paure è normale ma non ansia generalizzata, angoscia o panico, che non aiutano e sono controproducenti.

Per evitare che le paure siano sproporzionate e creino forme di ansia individuale e di panico collettivo l’Ordine Nazionale degli Psicologi propone un “decalogo antipanico” per fornire alcune “chiavi di lettura” che possono aiutare ad evitare due errori possibili: sopravvalutare o sottovalutare (negare) il problema.


Decalogo Antipanico

1. Attenersi ai fatti, cioè al pericolo oggettivo.

2. Non confondere una causa unica con un danno collaterale.

3. Se il panico diventa collettivo molti individui provano ansia e desiderano agire e far qualcosa pur di far calare l’ansia, e questo può generare stress e comportamenti irrazionali e poco produttivi.

4. Farsi prendere dal contagio collettivo del panico ci porta a ignorare i dati oggettivi e la nostra capacità di giudizio può affievolirsi.

5. Pur di fare qualcosa, spesso si finisce per fare delle cose sbagliate e a ignorare azioni protettive semplici, apparentemente banali ma molto efficaci

6. In linea generale troppe emozioni impediscono il ragionamento corretto e frenano la capacità di vedere le cose in una prospettiva giusta e più ampia, allargando cioè lo spazio-tempo con cui esaminiamo i fenomeni.

7. E’ difficile controbattere le emozioni con i ragionamenti, però è bene cercare di basarsi sui dati oggettivi. La regola fondamentale è l’equilibrio tra il sentimento di paura e il rischio oggettivo.

8. Questa semplice figura permette di vedere la paura del coronavirus in prospettiva.

La figura mostra nella parte superiore i pericoli di cui si ha più paura di quanta se ne dovrebbe avere. In questi casi l’indignazione pubblica può suscitare panico e, di conseguenza, ansie sproporzionate e dannose. Nella parte inferiore, al contrario, ci sono i pericoli a cui siamo abituati e che non provocano paure.

La sproporzione tra le aree dei due cerchi mostra quanta differenza c’è tra paure soggettive e pericoli oggettivi.

(Fonte: Paolo Legrenzi, A tu per tu con le nostre paure. Convivere con la vulnerabilità, Il Mulino, 2019).

9. La figura mostra il fenomeno delle paure nel loro complesso: l’indignazione pubblica sui media accentua alcune paure, come quelle per gli attacchi terroristici e i criminali armati, e induce a sottovalutare altri pericoli oggettivi a cui siamo abituati. Le caratteristiche del panico per coronavirus lo avvicinano ai fenomeni improvvisi e impressionanti che inducono panico perché sollevano l’indignazione pubblica.

10. Siamo preoccupati della vulnerabilità nostra e dei nostri cari e cerchiamo di renderli invulnerabili. Ma la ricerca ossessiva dell’invulnerabilità è contro-producente perché ci rende eccessivamente paurosi, incapaci di affrontare il futuro perché troppo rinchiusi in noi stessi.


Un atteggiamento psicologico valido dunque può aiutare non solo chi lo attua ma anche gli altri, innescando un circuito virtuoso, e aumentando il “quoziente di resilienza” dei singoli, della famiglia, della comunità.

Ecco un vademecum redatto dall’Ordine Nazionale degli Psicologi  per aiutare le persone a confrontarsi psicologicamente nel modo migliore possibile con il problema.

https://d66rp9rxjwtwy.cloudfront.net/wp-content/uploads/2020/03/pieghevole-vademecum-coronavirus-CNOP-9-marzo.pdf

Raccomandiamo comunque alle persone che sentono un particolare disagio psicologico di chiedere, senza timore o vergogna, un aiuto professionale.

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I’ll be your mirror

In un’epoca dominata dalle immagini e dalla istantaneità dei selfie, proponiamo un incontro intensivo per poter osservare, creare e riflettere sulla propria autoimmagine così come viene fissata dalla fotocamera.

Durante il workshop verrà data la possibilità ai partecipanti di riflettere sui messaggi che i propri autoscatti veicolano a loro stessi e agli altri, esplorare nuove tecniche fotografiche e di mettersi in gioco creando autoscatti inediti e più aderenti a ciò che desiderano comunicare.

Il corso può essere utile per operatori sociali, psicologi e psicoterapeuti, insegnanti ed educatori e a tutti coloro che utilizzano la fotografia per professione o per passione.

Per partecipare non occorre essere esperti fotografi, ma è sufficiente avere uno smartphone.

 

 

E’ previsto un numero minimo di 6 partecipanti

E’ previsto un unico incontro in data 23 marzo 2019 in orario 10.00 – 17.00

Costo a persona 80 euro

 

Per info ed iscrizioni centroclinico@terzotempo.it 011.81.29.503

 

 

 

Per info ed iscrizioni 

centroclinico@terzotempo.it       

011.81.29.503

 

Conducono il laboratorio

Giorgia Bartolini

Psicologa psicoterapeuta ed Insegnante Autorizzata del Metodo Feldenkrais®. Sostiene un’approccio integrato alla persona, all’interno del quale corpo pensieri ed emozioni dialogano profondamente. Nella sua pratica clinica le modalità con cui il corpo del paziente racconta la propria storia sono oggetto di osservazione e consapevolezza: movimenti, postura e respiro vengono messi in relazione alla narrazione verbale, al fine così di sostenere il processo integrativo e il benessere della persona. Offre percorsi di psicoterapia e consulenza sessuologica dedicati ad adulti e adolescenti. Collabora in qualità di psicoterapeuta con la Cooperativa Terzo Tempo presso il Centro d'Ascolto Aria e il Centro Clinico Aletheia. Sessuologa clinica in formazione, si interessa di disturbi della sfera sessuale e collabora con ostetriche e ginecologi. A Torino conduce lezioni di gruppo ed individuali di Metodo Feldenkrais®, dedicate a chi soffre di dolori muscolo-scheletrici o di natura stressogena emotiva, a chi utilizza il corpo per fini professionali (cantanti, attori, danzatori, musicisti, sportivi) e a chi semplicemente desidera conoscersi meglio ed imparare a muoversi nel mondo in modo più semplice, libero e aderente a se stesso. Propone seminari specifici e conferenze sul Metodo Feldenkrais® a Torino e Genova.

Nadia Pugliese

Fotografa.
Ottiene una borsa di studio per il corso di fotografia triennale dello IED e si laurea presso l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino con una tesi sull'archivio fotografico del Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso. Ha vissuto in Spagna ed in Israele, studiando presso l'università Carlos III di Madrid e presso la Bezalel Accademy of Arts di Gerusalemme. Nel 2010 vince il bando Special Italia - Fondazione Fotografia di Modena- e nel 2013 l'European Architecture Photography Prize, DAM -Deutshes Architektur Museum- di Francoforte; i suoi lavori sono stati esposti in diverse mostre collettive in Italia e all'estero: Fondazione Spinola Banna per l'Arte, Careof-Docva e Galleria Forma Meravigli a Milano, Biennale Giovani di Monza, Goethe-institute Curitiba (South-Brazil), DAM Deutshes ArchitekturMuseum (Frankfurt), Si Fest Savignano sul Rubicone 2014, Fondazione Fotografia di Modena..

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Etica professionale

Il gruppo di psicologi psicoterapeuti del centro clinico Aletheia fa fede al codice deontologico degli psicologi italiani, ritenendolo non solo un insieme di formule legali ma un’importante linea guida per l’attività clinica.

Al suo interno infatti vengono enunciati principi fondamentali di etica professionale imprescindibili, quali il rispetto della dignità, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni, ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità; lo psicologo utilizza metodi e tecniche che salvaguardando tali principi e rifiuta la collaborazione ad iniziative lesive degli stessi; è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione e aggiornamento professionale; è strettamente tenuto al segreto professionale; non utilizza il proprio ruolo ed i propri strumenti professionali per assicurare a sè o ad altri indebiti vantaggi; costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni di natura personale, parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale; lo psicologo appoggia e sostiene i colleghi che vedano compromessa la loro autonomia ed il rispetto delle norme deontologiche.

 

Per un approfondimento sulle singole norme si rimanda al codice completo.

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Nasce il Centro Clinico Aletheia

Dopo una fruttuosa e arricchente collaborazione di 4 anni nel lavoro di equipe all’interno del Centro d’Ascolto Ascolto Aria per adolescenti e giovani del Comune di Torino, gli psicologi e psicoterapeuti della Cooperativa Terzo Tempo hanno deciso di fondare il Centro Clinico Aletheia per dare avvio ad un nuovo servizio rivolto ai privati cittadini e ai Servizi del territorio.

Il centro clinico, situato nel centro storico di Torino, promuove la salute e il benessere psicologico offrendo percorsi pensati ad hoc per la persona e per la richiesta che porta con sé.

L’equipe è formata da un gruppo di professionisti specializzati secondo differenti orientamenti teorici.

La multidisciplinarietà dell’equipe costituisce un valore aggiunto, garantendo l’integrazione di molteplici punti di vista, saperi e tecniche di intervento e consentendo una risposta più calibrata sulla domanda delle persone. Gli interventi psicoterapeutici si differenziano per l’orientamento cui si riferiscono e per gli strumenti di intervento, ma tutti si basano imprescindibilmente sulla costruzione di una buona relazione terapeutica basata su un ascolto attivo, empatico, rispettoso e non giudicante.

Il Centro Clinico Aletheia offre:

  • Consulenze e sostegno psicologico

  • Psicoterapia individuale, di coppia e famigliare

  • Consulenze sessuologiche

  • Consulenze pedagogiche

  • Psicomotricità relazionale

  • Psicoterapia di gruppo

  • Gruppi di parola e esperenziali

 
 

Aletheia si trova in un palazzo storico nel centro di Torino, a due passi da Piazza Vittorio Veneto, nei locali di Vanchiglia3 – Spazi di connessione.

Per avere maggiori informazioni visita la pagina del sito nell’area PSICOLOGIA.